BASILICA-DI-SANTA-MARIA-MAGGIORE-DI-SIPONTO_MANFREDONIAIl territorio del Gal Daunofantino, quasi esclusivamente conosciuto per le sue bellezze naturali e paesaggistiche e alla sua imponente produzione agricola, custodisce invece un patrimonio archeologico importantissimo, troppo spesso sottovalutato e sicuramente da promuovere, con un Museo Nazionale e siti preistorici di valenza internazionale. Ancora nel mese di giugno 2014, parte “Life on the lagoon Salapia Exploration Project“, una campagna di scavo nell’area della città romana e medievale di Salapia. Le attività di ricerca, dirette dal del gruppo di Archeologia dell’ateneo foggiano, inizieranno con la partecipazione di un team internazionale di docenti e studenti del Davidson College del North Carolina – USA.

L’itinerario si sviluppa in gran parte sui comuni di Manfredonia e Trinitapoli, che vantano origini molto antiche. Itinerario ideale per gli appassionati di storia e archeologia, consente di scoprire un aspetto del territorio che riguarda le sue antichissime origini e le civiltà che lo hanno abitato.

L’itinerario può essere percorso in auto o anche con mezzi di mobilità lenta, sempre considerando la tipologia di strade, che non sono attrezzate con percorsi prettamente ciclabili e che per lunghi tratti non presentano punti di sosta

MANFREDONIA conserva intatto quel fascino che in tempi remoti le diede Manfredi, il re “biondo, bello e di gentile aspetto“. Nelle strade, nei bianchi vicoli del centro storico si respira un’aria schietta, genuina, tipicamente pugliese.

L’attenzione e attratta dal Castello svevo angioino, sede del Museo archeologico nazionale del Gargano, ove si conservano le famose stele funerarie sipontine.

Un’ulteriore modifica e attestata dal bastione pentagonale (o dell’Annunziata), realizzato nella prima meta del ‘500. Sede del Museo Archeologico nazionale.

Attualmente il Museo Nazionale di Manfredonia si articola in diverse esposizioni che sostanzialmente sintetizzano – nelle linee essenziali – la presenza dell’uomo nella Daunia a partire dal Neolitico, con alcune collezioni che conservano alcune tra le più importanti testimonianze religiose di epoca neolitica di tutta Italia.

Alla esposizione di una selezione di ssteletele daunie, le più significative, è poi affidata la divulgazione della storia della laguna sipontina nell’epoca successiva, cioè dell’età del Ferro, quando l’area si articolava in un sistema di alture emergenti dalla laguna collegate fra loro da canali navigabili. Dall’insediamento di Cupola-Beccarini, che alcuni propongono di identificare con Siponto preromana, e dalla vicina Salapia, provengono la maggior parte delle stele daunie, significativa testimonianza della civiltà daunia fra il VII e il VI secolo a.C. e, più in generale, della protostoria della penisola. Rinvenute in superficie o reimpiegate in costruzioni rurali, il loro ritrovamento al di fuori dell’originario contesto di provenienza, ne impedisce oggi l’esatta comprensione; rimane ancora ipotetico il loro utilizzo come segnacolo tombale, ma è certo che le stele venivano infisse verticalmente nel terreno, come prova la mancanza di decorazione nella parte inferiore della lastra. Lavorate nella pietra calcarea estratta dalle vicine cave garganiche, le stele rappresentano in modo schematico una figura, forse il defunto, con gli avambracci piegati all’altezza della vita, ricoperta da uria lunga veste ricca di decorazioni geometriche che funge da supporto ad un vero e proprio linguaggio per immagini.

Di forma rettangolare, completate da teste iconiche o aniconiche, mostrano sulle superfici principali oggetti quali armi o ornamenti che le qualificano come immagini maschili o femminili. Sulle prime campeggiano anteriormente il kardiophylax o pettorale e la spada, mentre nella parte posteriore appare un grande scudo di forma circolare variamente decorato. Sulle stele riferibili a soggetti femminili con le braccia guantate appaiono collane, fibule, pendagli e nastri. Gli spazi lasciati liberi dalle decorazioni geometriche e dagli oggetti di corredo presentano momenti di vita quotidiana, come la molitura del grano, la filatura, la caccia e la pesca, scene di combattimento e raffigurazioni legate al culto dei morti e alle credenze ad esso connesse, più facilmente comprensibili quando si risolvono in rappresentazioni di processioni rituali, di esegesi più complessa quando riproducono immagini di credenze religiose o di fantasie popolari.

A ridosso del centro di Manfredonia fioriva un tempo una delle più antiche città della Daunia: Siponto, fondata, secondo la leggenda, da Diomede.

Il tratto di costa settentrionale della Puglia compreso a nord dal promontorio garganico e a sud dal corso del Cervaro che chiamiamo Piana di Siponto oggi rappresenta un prezioso campione della ricchezza e complessità dei fenomeni insediativi della provincia di Foggia, offrendo insieme un esempio molto concreto delle varie forme di occupazione che interessarono la laguna a seconda dei mutamenti geologici e climatici inquadrabili nei diversi periodi storici.

La grande laguna che caratterizzava in antico questo territorio è una ragione primaria della sua frequentazione: i villaggi neolitici erano vicini all’acqua presso la foce del Candelaro, di certo impegnati in attività di sfruttamento delle risorse marine, come la raccolta dei molluschi; nell’età del Bronzo l’urbanizzazione del sito di Coppa Nevigata e il ritrovamento di ceramica di tipo miceneo provano l’esistenza di Indirizzi E-mail – PEC e scambi per mare con le genti egee; più vicine nel tempo anche le immagini sulle stele daunie ci raccontano questo paesaggio lagunare ove si praticavano caccia, pesca e navigazione: questa è la laguna di cui parlano le fonti di epoca romana (Strab. VI,3,9), navigabile attraverso canali che collegavano fra loro i centri più importanti, Salapia, Siponto e Arpi, ma che certo in età tardorepubblicana doveva essere malsana se l’abitato di Salapia venne trasferito in un sito più prossimo alla costa (Monte Salpi) (Vitr., de arch. 1.4.12) e se Cicerone fa riferimento alla sipontina siccitas et Salapinorum pestilentiae fines (Cic., de lege agr. II, 27.71). Ed è al mare ancora che questo territorio lega la sua storia in età romana, quando Siponto era uno dei porti più importanti della Puglia (Strab. VI,3,9), e in tea tardoantica e altomedievale questo sbocco sul mare, l’unico rilevante della Puglia settentrionale, sarà una ragione degli scontri fra i Bizantini e il Ducato di Benevento. La Piana di Siponto fu dunque abitata sin dal Neolitico con villaggi prossimi alla laguna, uno dei quali, quello di Coppa Nevigata, continuo nella successiva età del Bronzo con un impianto urbano; nell’età del Ferro si occuparono le alture emergenti nella laguna e vicine alla costa; con la romanizzazione si fondò con la colonia di Siponto una città in un altro sito, più a nord, e vicina al Gargano; la conclusione di questo articolato fenomeno si può ritenere Manfredonia, quasi la tappa finale, nata in epoca sveva poco lontana dall’abitato precedente, Siponto.

Lasciando il centro abitato di Manfredonia, e immettendosi sulla Strada Statale 89, si trova la splendida cattedrale di Santa Maria Maggiore, che si erge solitaria sulla città sepolta, ancora tutta da scoprire.

Nella piana di Siponto, infatti, l’interesse archeologico viene continuamente eccitato da ruderi e da reperti di ogni epoca. Questa zona fu, fin dalla preistoria, punto di approdo e meta di popolazioni illiriche e del mediterraneo orientale, come dimostrano anche le stele scoperte nelle varie campagne di scavo. Caratteristico questo tempio, citato in un antico manoscritto del 1248 (o 1249), quale è appunto lo “Scadenzario di Federico II”, col titolo di “Ecclesia S. Mariae de Siponto“. Non se ne ebbe tutta la costruzione in una sola volta, poiché la Chiesa superiore differisce molto dalla inferiore, non solo, ma ci furono anche delle ricostruzioni, dopo che nel 1527 venne rovinata dalla caduta di una torre, che era dal lato dell’attuale sagrestia.

Nella zona adiacente la chiesa sorge il Parco Archeologico di S. Maria di Siponto: scavi compiuti nel 1935 scoprirono i resti del complesso paleocristiano e di strutture più antiche (mura in opera) quadrata, in opera reticolata, un lembo di mosaico con tessere bianche e nere, identificate erroneamente con un tempio di Diana per il ritrovamento avvenuto nel 1876, all’interno di una cisterna in quella stessa area, di un’epigrafe con dediche alla divinità. Poche le emergenze murarie oggi in luce.

Sempre rimanendo nell’antica Siponto, arrivando in piazza Santa Maria Regina, nel nucleo abitativo di Siponto, si trova il Museo Etnografico Sipontino, e soprattutto il complesso degli Ipogei di Siponto.

“Siponto Grotticola” era il nome con cui fu chiamato negli anni 50 dal noto archeologo Silvio Ferri, il complesso dei numerosi Ipogei di Siponto. Si tratta di un complesso di grotte tufare, in parte naturali e in parte scavate nei banchi tufacei. Le grotte erano abitazioni dell’uomo dell’età del bronzo e del ferro. La Siponto grotticola era formata da un piccolo ripiano, dotato di sorgenti di acqua dolce e circondato e difeso dalla laguna e abitato probabilmente fino al 1000 a.C. Man mano andarono trasformandosi intorno al V – VI sec. a.C. in agglomerato urbano, preferito perchè roccioso, alle plaghe malsane e insabbiate della laguna. Queste grotte si trovano nella masseria di Capparelli e sono dette “Ipogei”. Gli ipogei Capparelli sono 8. Due sorgenti di acqua dolce, ancor oggi attive, di Capparelli e di Manzini rendevano molto agevole la vita dei Sipontini. Successivamente gli insediamenti grotticoli si trasformarono in necropoli preromane, romane e paleocristiane (IV – V secolo d.C). Data le dimensioni dei loculi i cadaveri venivano sepolti in posizione rannicchiata. Qualche ipogeo si presenta ancora intatto. E’ ormai certo che il sito era già abitato in età preistorica, come attestano gli scavi effettuati nel 1965, che hanno messo in luce all’esterno delle mura di cinta, verso la parte bassa della città sul lato orientale, il taglio di roccia riferibile a un villaggio preistorico. Nell’ottobre del 1953 è stata trovato una lucerna in un ipogeo paleocristiano di Siponto. La lucerna è decorata con cantelabro a 7 bracci e una croce. In tutta la fascia rocciosa di Siponto non mancano tombe subdiali, scavate nel tufo cozzoso. Tombe subdiali (V – VI sec. d. C) sono tutt’ora presenti molto vicino all’ipogeo di Scoppa, che costeggia il cosidetto canale delle Brecce più propriamente “canale delle acque alte”. Di questo ipogeo si può ammirare ancora per poco un tratto di mosaico (vicino alla strada del boschetto). Un’altro ipogeo paleocristiano è proprio nel boschetto, protetto da una capanna. La Chiesa di S. Maria Regina di Siponto è stata costruita proprio su 2 ipogei. Si può pensare che i cristiani sipontini abbiano utilizzato l’area sepolcrale pagana preesistente per ampliare l’antica necropoli di Capparelli. Infatti agli 8 ipogei di Capparelli s’aggiungono 2 di Siponto (Scoppa) 2 di S. Maria Regina e quello di Minonno (masseria Garzia) situato a 300 m. ad ovest dell’anfiteatro di Siponto. I 2 ipogei di Scoppa vennero protetti dal Consorzio di Bonifica nel 1937. La lunghezza degli ipogei varia da un minimo di m. 3,6 ad un massimo di 24 m. Molti sarcofagi vengono usati come abbeveratoi (3 al pozzo Capparelli) e altri all’ipogeo di Minonno. Gli ipogei sono quasi inaccessibili. L’ipogeo di Minonno, nell’attuale area di proprietà del “Crisalys”, ex masseria Garzia, c’è da ammirare all’interno dello stesso ipogeo una magnifica sorgente.

Sempre rimanendo in territorio di Manfredonia, nella campagna lungo la via sacra dei pellegrini, a 10 Km in direzione Foggia sulla SS. 89, si erge la Abbazia di S. Leonardo, con un portale ricco di stupendi bassorilievi. La chiesa era parte integrante di un insigne complesso abbaziale dei Cavalieri Teutonici sorto tra la fine del sec. XI ed il principio del XII sec.

ipogei trinitapoliLasciando il territorio di Manfredonia, passando per Zapponeta arriviamo fino a TRINITAPOLI, nota anche come Città degli Ipogei. Numerose le testimonianze archeologiche rinvenute su questo territorio, già da epoca Neolitica, come è emerso dalle campagne di scavo effettuate negli anni, da Salapia Vetus (dove sono in corso continue campagne di scavo e indagini archeologiche) al sito di Vasche Napoletane, ai resti di Villa San Vito e fino gli Ipogei del Bronzo. Qui è stato realizzato un bellissimo Parco Archeologico degli Ipogei, a ridosso del centro abitato in zona Madonna di Loreto, dove dal 1987 ad oggi sono stati scoperti numerosi e spettacolari ipogei della media età del Bronzo, 1700 anni a.C.

L’architettura ipogeica, che ricorda in qualche modo strutture micenee realizzate in Grecia nello stesso periodo, si basa su precise e complesse norme che si ritrovano costantemente, con differenze legate essenzialmente alle dimensioni e alla forma della pianta.

L’accesso è costituito da un dromos, stretta e ripida rampa a cielo aperto, proporzionata in lunghezza alle dimensioni dell’ambiente principale, a cui segue uno stretto corridoio sotterraneo detto stomion, caratterizzato da un inconfondibile particolare a forma di cupoletta apicale. Si giunge così in una grande sala principale che presenta al centro della volta un’apertura circolare per l’aerazione e la fuoruscita del fumo.

Gli ipogei sono dei templi sotterranei in cui si svolgevano suggestivi riti sacri di carattere propiziatorio, probabilmente collegati alla caccia e alla fertilità della “madre” terra, come sembra dimostrare la frequente presenza di palchi di cervo e di animali offerti come vittime sacrificali.

Il numero elevato di strutture ipogeiche fa pensare che l’intero territorio costituisse una sorta di area sacra che attirava i fedeli che vi si recavano per soddisfare esigenze connesse al sacro.

Qualche generazione dopo la fase in cui vennero realizzati gli ipogei, almeno due di essi tornarono ad essere frequentati. Questa volta non come luoghi di culto, ma come colossali tombe collettive. In ognuno dei due ipogei fino ad oggi completamente esplorati furono sepolti circa duecento individui, in parte andati perduti a causa di massicce infiltrazioni d’acqua salmastra dal sottosuolo.

Il numero eccezionalmente elevato di sepolture ne fa una vera e propria necropoli e un unicum in Italia per l’età del Bronzo.

Di particolare importanza e bellezza sono i due “Avori”, recuperati nell’ipogeo che da essi prende il nome: due sculture di piccole dimensioni, dalle forme misteriose e complesse.

Alle più recenti campagne di scavo risalgono le altre sensazionali scoperte, quali quella dell’Ipogeo del Gigante, dell’Ipogeo del Guardiano. Il Parco è dotato di centro servizi, aule didattiche e punto ristoro. I reperti rinvenuti in questi siti, sono conservati in parte presso il Museo Nazionale a Manfredonia e in parte nel Museo degli Ipogei, che si trova in centro a Trinitapoli, facilmente raggiungibile anche a piedi dal Parco Archeologico. Il Museo degli Ipogei è stato realizzato nel vecchio “Ospedaletto”, splendido palazzo nel centro del paese, costruito alla fine dell’ottocento, utilizzato poi come scuola e oggi ridestinato a struttura museale, è costituito da un ampio ingresso con annessa stanza destinata a ufficio di accoglienza e segreteria. Dall’ingresso si accede a un luminoso corridoio che descrive un perfetto quadrato nell’area del quale c’è un grazioso piccolo cortile a cielo aperto. Percorrendo il corridoio si raggiungono cinque ampie sale, di cui quattro espositive e una destinata a deposito di materiale archeologico.

Avendo la possibilità di spostarsi in località Mattoni, a 3 Km dall’abitato di Trinitapoli in direzione Foggia, all’interno della riserva naturale della zona umida delle Saline, si trova il sito archeologico di Villa San Vito.

E’ uno dei pochi esempi di villa ellenistica (III -I sec. a.C.) presente sul nostro territorio e dista circa 4 km a nord-ovest dall’abitato di Trinitapoli. Gli scavi effettuati nel 1953, hanno portato alla luce le strutture murarie della villa, i colonnati, la cisterna ed un frantoio oleario andato, nel tempo, completamente distrutto. Da allora sono stati eseguiti solo interventi sporadici e la villa è andata gradatamente perdendo l’originario splendore. Il sito si inserisce in un contesto archeologico molto complesso per la consistente presenza di numerosi insediamenti antichi che abbracciano un arco temporale che va dalla preistoria al medioevo.

La villa si componeva di numerosi ambienti o cellette che si affacciano su un atrio interno, dove si trova l’elemento che conserva maggiormente l’originaria bellezza: l‘impluvium, realizzato con lastre di pietra bianca lavorate con eccezionale maestria ed abilità. Di tipo tetrastilo, l’impluvium aveva ai quattro angoli colonne che reggevano le falde dei tetti, che lasciavano confluire l’acqua attraverso elementi architettonici raffiguranti teste antropomorfe (maschere) e zoomorfe (leoni e teste taurine). La villa disponeva di due ampi giardini, il viridarium e il peristilium, con ampi porticati. I frammenti residui, ancora presenti in alcune celle, attestano che gli ambienti erano pavimentati con mosaici policromi. I resti di intonaci mantengono ancora significative tracce di colori: il blu, il giallo e l’inconfondibile rosso pompeiano.

MUSEO CIVICO_SAN FERDINANDO DI PUGLIAAnche a SAN FERDINANDO DI PUGLIA è possibile visitare Museo Civico è stato istituito nel 1984 nel rispetto delle direttive dell’Archeoclub d’Italia. La gestione è affidata alla locale sezione dell’Archeoclub d’Italia ed è diviso in due sezioni: la sezione Etnografica raccoglie antichi oggetti della Civiltà contadina mentre la sezione Archeologica annovera una ricca collezione di materiale che va dal Neolitico all’Alto Medioevo. La raccolta si sta arricchendo degli ultimi oggetti provenienti dagli insediamenti dell’età del Bronzo dell’agro comunale e soprattutto dall’area ipogeica di Terra di Corte, oggetto di indagini archeologiche negli anni passati.

Note: Grotta Scaloria (S.P.57, 71040 Foggia, a circa 45 m. s.l.m. nella immediata periferia Nord di Manfredonia, in contrada Scaloria) non è oggi fruibile, ma la sezione dedicata a questo sito si può visionare preso il Castello di Manfredonia, in una delle sezioni del Museo Nazionale interamente dedicata al sito.

Come Grotta Scaloria, anche Masseria Candelaro, Monte Aquilone, Masseria Fontanarosa e Coppa Nevigata: numerosi sono i siti di grande rilevanza archeologica nell’intero territorio Daunofantino, che però non sono agibili e visitabili per vari motivi, di carattere a volte di titolarità dei siti e a volte di tutela, che spesso non viene perseguita di pari passo con la valorizzazione dei luoghi.

Basta passeggiare nelle campagne di Trinitapoli dopo la pioggia per poter scorgere, affioranti dalla terra, resti di ceramiche e altri preziosissimi reperti che la terra ha conservato nei secoli e continua a restituire, come memoria della nostra identità.

La segnaletica e la cartellonistica illustrativa è presente solo per i siti fruibili, ma sempre e solo all’interno della città stessa di appartenenza.